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Cavalcare le vette

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Ai più Omar Vecchio dice poco, mentre a pochi fortunati dice molto. Dice di un itinerario di vita incredibile. Formatosi in seminario, là, per usare una espressione anche troppo abusata ma esplicativa, Omar scopre che “Dio è morto”, cioè proprio nel luogo dove riteneva di imboccare una via spirituale precipita nell’angoscia che la percezione del gorgo nichilistico comporta. Domande sul senso della vita che non trovano risposta lo turbano e lo mettono in crisi profonda. Omar allora intraprende il percorso del linguaggio artistico muovendosi in un ambito che egli stesso definisce “neodadaista”. Frequenta i centri sociali tipo il Leoncavallo, si da al teatro e alla cinematografia… si forma come il classico intellettuale fine anni ’70 (al quale corrisponde anche fisicamente: gracile, occhialuto, maldestro e fisicamente debole). Finchè un viaggio a Parigi lo conduce in una piccola libreria dove trova alcuni libri che lo affascinano: Drieu La Rochelle e sopra tutto Julius Evola. Di quest’ultimo scopre essere il più importante esponente del dadaismo (come artista e teorico) italiano, determinando così un nesso tra il percorso fino a quel momento compiuto e una nuova prospettiva. Scopre dunque la cultura della “destra radicale” e prospettive per andare oltre le secche del nichilismo. Nell’estate del 1985 scopre attraverso Murelli la dimensione della montagna. Legge “meditazioni dalle vette” e si rende conto che la “via eroica” alle vette è forse l’unica arte marziale che l’Occidente abbia mai conosciuto. Frequenta corsi di paracadutismo e paramilitari conseguendo numerosi brevetti europei. Trasforma il suo fisico che diventa agile, scattante, muscoloso quanto basta ricordando in ciò l’operazione fatta da Mishima (altro suo punto di riferimento, oltre a Nietzsche, Jünger, Haidegger, Evola…).
Alla elaborazione fisica non disgiunge mai un rarissimo rigore intellettuale. Presente a vari livelli in dibattiti culturali complessi giunge ad una perfetta sintesi tra pensiero e azione in epoca moderna. Collabora alla rivista “Orion” e scrive per le Edizioni Barbarossa. A Murelli raccomanda, in caso di incidente, data la vita spericolata, di aver cura dei suoi scritti e dei suoi diari.
Nell’estate del 2000, mentre in Pakistan scala il Diran Peak (7266 mt.) viene travolto e ucciso da un sracco.
Poco prima di partire aveva scritto poesia “Essere cima” (era anche poeta, Omar):
Non
basta salire
bisogna essere
la montagna che si sale.
Avere valli ed essere cima.
Bisogna eser gelidi come il Bianco
affilati come il Cervino, tempestosi come il Rosa
lontani come l’Aconcagua, placidi come il Cevedale.
Bisogna sapere unire restandosene isolati. Essere Cima.
(maggio 2000)

A quel punto Murelli si addopera per mantenere la promessa e raccoglie gli scritti di Omar. Li sistema in una suggestiva cornice narrativa, allega appendici esplicative e, in omaggio all’amico, dà alle stampe questo libro.
Chi ha avuto occasione di vedere il DVD “Dalla trincea a Dada” avrà visto in apertura la dedica “A Omar e Carlo, Uomini”. Carlo è Carlo Terracciano, Omar è Omar Vecchio.
Dunque questo libro raccoglie i manoscritti lasciati da Omar Vecchio: corrsipondenze, diari, “Appunti di un escursionista solitario”. L’eredità scritta di un grande intellettuale radicale, uomo d’azione e sportivo estremo, raccolta e redatta da Maurizio Murelli. La visione eroica ed esoterica della montagna. Nello sperimentare il limite nel pericolo e nell’azzardo della verticalità, la via ardimentosa e audace che può condurre fuori dalle secche del nichilismo.
Essendo un omaggio, l’edizione, anche da un punto di vista fisico, è particolarmente accurata e sicuramente è un libro che sopra tutto i giovani in cerca di modelli e tipologie di percorso dovrebbero avere in libreria.
Chi durante l’estate è uso alternare allo svago e alla vacanza la lettura, troverà in queste pagine qualcosa di assolutamente stimolante e… “magico”.

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