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Corsari e crociati

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«Il mare purifica, ma non è puro: è una massa indistinta che contiene e mescola ogni cosa». Il Mediterraneo, teatro nei secoli di azioni tutt’altro che pure, fa da sfondo nel corso del Seicento a violenze perpetrate sia dal mondo musulmano sia da quello cristiano. Infatti, contrariamente a quanto si pensa, le crociate non appartengono solo al Medioevo ma si spingono ben oltre: tutto il XVII secolo fu funestato da Guerre Sante e atti di pirateria. E il Mediterraneo, che per la sua posizione ha sempre rappresentato sia una barriera, sia un fondamentale punto di contatto fra uomini di culture diverse, era a quell’epoca attraversato in lungo e in largo da mercanti di schiavi cristiani e musulmani e da pirati che si arricchivano approfittando del vasto traffico di merci e imbarcazioni. Peter Partner, con passione e al tempo stesso con lo sguardo distaccato dello storico, ricostruisce e narra le storie di alcuni di quegli uomini che attraversarono il Mediterraneo, da una sponda all’altra e da una religione all’altra. Come «martiri» o come «traditori», abiurando o bruciando sul rogo. Ecco allora i volti e le avventure del pirata inglese John Ward, ex marinaio datosi alla pirateria, o di Usta Murad, il principe musulmano che viene da Genova, o di Gio Peres, il signor Bifronte, cristiano o musulmano, il cui credo restò ignoto fino alla morte. O la storia dello schiavo tunisino Ali che si convertí al Cristianesimo per ragioni di sopravvivenza, ma che fece poi il fatale errore di ri-battezzarsi una seconda volta a Roma con la speranza di ottenere la libertà. Accusato di essere un anabattista, Ali si dichiarò Moro e Musulmano, pagando questo suo ritorno dallo stato di «traditore» a quello di «martire» con la tortura e infine la morte. E ancora sovrani levantini e granduchesse, pirati e ambasciatori, inquisitori e nobildonne quacchere si avvicendano, solcano le acque del Mediterraneo, si scambiano di posto. Sullo sfondo, l’adagio di Jonathan Swift:«Abbiamo religioni a sufficienza per indurci a odiare, ma non abbastanza per indurci ad amare».

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