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Dalla parte di Lee

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Che interesse può avere per noi la guerra di secessione americana? Molto. Innanzitutto perché è stata la prima guerra moderna. Quella che tenne a battesimo la prima corazzata e il primo sommergibile, la prima guerra su suolo americano senza che almeno uno dei belligeranti fosse europeo, la prima guerra industriale, che reintrodusse nel mondo moderno la strategia militare della terra bruciata e del suo corollario diplomatico, la resa senza condizioni.
Lincoln era disposto a quasi ogni compromesso sulla questione della schiavitù pur di salvare l’Unione. Non era mai stato un abolizionista e aveva sempre promesso di rispettare i diritti degli Stati che intendevano conservare quella peculiare istituzione. Lo ribadì anche nel suo discorso inaugurale alla Casa Bianca: “Non ho il diritto legale di abolirla negli Stati in cui esiste, né ho il desiderio di farlo”.
Come molte società agricole, il Sud prosperava sui liberi scambi, intuiva che sarebbe stato rovinato dal protezionismo industriale (e lo fu, durante la guerra e per lunghi decenni di dopoguerra) e avrebbe dovuto coprirne i costi. Fu questo, non l’attaccamento alle istituzioni schiaviste, che spinse i suoi dirigenti verso la soluzione disperata della Secessione.
L’eccezione fu l’eroe e il mito degli sconfitti: Robert E. Lee. L’uomo a cavallo che tenne in scacco per quattro anni la macchina militare-industriale. L’ultimo condottiero dell’Ottocento contro la nostra era che irrompeva in anticipo, sintesi e simbolo della resistenza alla trasformazione, ma anche testimone della trasformazione.

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