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Il mito di Dracula

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Nel corso di una cena a base di insalata di gamberi, un orientalista impostore suggerì a un romanziere inglese di trasformare la figura storica di un principe valacco in un personaggio dell’orrore. L’orientalista era Armin Vàmbéry (alias Hermann Wamberger, un agente britannico che in Asia si spacciò per derviscio). Il romanziere era Bram Stoker, membro di una società strettamente legata alla Società Teosofica, la Golden Daivn, che all’epoca della pubblicazione di Dracula il Vampiro aveva come capo il celebre mago nero Aleister Crowley.
Facendo ricorso a fonti solitamente evitate (come le esegesi del simbolismo proposte dagli esponenti del “pensiero tradizionale” e alcuni dati fondamentali forniti dal folclore romeno), Mihai Marinescu affronta il tema di “Dracula” da un’angolatura inedita e ipotizza che questa storia, per via delle .deformazioni parodistiche dei simboli sacri che la contrassegnano in maniera sinistra, riveli una matrice inquietante, configurandosi come un “mito rovesciato”.

«Non è forse preoccupante e anormale — scrive l’Autore — che, una volta andato perduto l’interesse per il vero significato dei simboli tradizionali, l’unico senso che l’uomo d’oggi può trarre dai miti è quello rovesciato? Quel medesimo uomo-massa che costituisce l’obiettivo dell’anti-mito di Dracula non è forse il sostegno più idoneo per “influenze” e “suggestioni” pericolose, tanto più pericolose in quanto l’uomo profano non se ne rende conto? L’inversione del significato dei simboli (anche se questi non rappresentano nulla per l’uomo moderno) non è forse un aspetto di quella “spiritualità a rovescio” che preannuncia la dissoluzione della fine del ciclo?».

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