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Il Regime dell’Arte. Discorsi Sull’Arte Nazionalsocialista.

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Corollario a cura di Giovanni Damiano, pp. 84 + 32 di illustrazioni – di cui numerose a colori su carta patinata – più altre inserite nel testo.
Per chiarire e diffondere l’indole del proprio regime, i fondamenti, il significato della battaglia del Movimento nazionalsocialista, Hitler intese affidarsi all’arte. Un’arte che non si risolvesse più nel binomio ‘genio e sregolatezza’ o in semipatologiche effusioni personali di malinconia, noia, sovreccitazione nervosa, ma che risultasse solida, netta, estroversa, liturgica, biologicamente corretta – regola e non eccezione, canone e non controcanto. L’architettura in primis, scheletro del paesaggio del Volk; ma pure il design, di cui il Führer stesso fu un pioniere, la pittura e la scultura, la musica e il teatro, la letteratura e la poesia. Nei vari registri in cui è dato all’uomo di incontrare le Muse e di indovinare il Divino, l’arte doveva esprimere, in “grande stile”, la “grande passione” dell’individuo forte, sano, bello, leale, fedele alla propria forma e al mistero delle origini (in summa: al proprio ethnos).
Nei discorsi qui raccolti, Hitler chiamava a sé gli arditi del pensiero e del pennello, della parola e della visione, della previsione e del ricordo – perché l’effusione estetica ritornasse improntata a ingenuità e schiettezza. Perché l’arte fosse nuovamente l’occasione in cui l’animo ben intonato esprima meraviglia e venerazione di fronte al miracolo extramorale e vero della bellezza: si manifestasse in un vaso di fiori alla finestra davanti a un cielo viennese, nell’idillica cura minuta dell’artigiano, nel demone di bragia del guerriero, nella felice grazia degli amanti, nella fertile generosità di una madre che allatta, nell’increspatura di un lago in cui sia appena disceso il candido ventre del cigno. L’arte poteva così incidere in opere immortali, e comunicare, anche al contemplatore distratto, l’identità di bellezza e potenza, e quanto la politica dovesse custodire quella per crescere in questa.
Nel dominio estetico, il regimen dello Stato sarebbe giunto al capolavoro e alla sintesi più decisa, al punto di massima concentrazione, dando la prova del proprio rigore e della coesione e altezza delle aspirazioni che lo muovevano: ciò che non possono permettersi i falsari, gli imbonitori, i superficiali (i moderni), per cui l’arte sarà sempre una capricciosa fuga nell’irreale. Quasi vaticinante, magro e ascetico nella dizione, uomo di limpido cuore e di alate ragioni, il Führer dimostra in questi testi la sua estrema purezza e magnanimità (come una circolazione sanguigna intenta a portare la vita nel corpo delle parole), non disgiunta da una acuta capacità di diagnosi antropologica (si leggano le invettive contro i risentiti, gli invidiosi, i meschini). E, sopra tutto, quell’ambizione elevatissima “di volgere la realtà in figura, vale a dire in destino”.
Corollario a cura di Giovanni Damiano, pp. 84 + 32 di illustrazioni – di cui numerose a colori su carta patinata – più altre inserite nel testo.

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