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Il sistema per uccidere i popoli

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Ciò che nasce sotto i nostri occhi, dopo una lunga maturazione in seno all’ideologia egualitaria occidentale apparsa nel XVII secolo, non ha più nulla di una civilizzazione. La realtà attuale sono le realtà etnoculturali e nazionali minacciate di estinzione, i popoli poco a poco svuotati della loro sostanza da una macrostruttura sovracontinentale. Questa vasta impresa planetaria di massificazione della tecnica e dell’economia, può essere definita a tutti gli effetti un sistema.

Qualunque civilizzazione, anche mondiale, si fonda pur sempre su di un passato culturale e mira, più o meno, a perpetuarsi. In altre parole, una civilizzazione resta umana. Un sistema, al contrario, ha qualcosa di meccanico e di atemporale.

Come aveva già sottolineato Arnold Gehlen, noi stiamo assistendo — e, ciò che è peggio, la stiamo vivendo sulla nostra pelle — alla trasformazione della civilizzazione in sistema: mentre la società liberale si persuade di aver costruito un mondo di prosperità, di liberazione e di progresso, la realtà sociale lascia trasparire un ambiente morto, senza vita interiore, più simile ad un macchinario che ad un organismo di crescita.
Queste considerazioni, malauguratamente più reali che pessimiste, non hanno perso nulla nei trentasei anni che la separano dalla loro prima formulazione (1981): semmai, anzi, si sono rivelate veramente profetiche, e la loro spietatezza può senz’altro contribuire a una più radicale presa di coscienza della crisi contemporanea. Lo studio di Guillaume Faye, incredibilmente attuale, viene ora riproposto al pubblico in questa terza edizione italiana corredata da una prefazione e ulteriore introduzione.

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