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La dittatura

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A cura di Antonio Caracciolo

Il titolo può apparire politicamente scorretto. Inoltre, è purtroppo nota, la “leggenda nera” che aleggia intorno all’opera schmittiana. Non è nostra intenzione sfatarla in poche righe. Ci limitiamo a rinviare, il lettore di buona volontà, alle eccellenti analisi chiarificatrici di Carl Schwab, Joseph W. Bendersky e Gianfranco Miglio. Parleremo perciò solo del libro.

La nuova edizione de La dittatura di Carl Schmitt (Edizioni Settimo Sigillo) uscita per la prima volta nel 1921, quando almeno in Germania di fascismo ancora non si parlava, costituisce un importante evento culturale. Almeno per due ragioni.

In primo luogo, per gli specialisti. Rispetto al testo pubblicato per i tipi di Laterza nel 1975, quello attuale è molto più ricco e completo. Innanzitutto perché offre a corredo un ampio indice analitico (pp. 311-334). Va perciò subito riconosciuto al suo curatore, Antonio Caracciolo – apprezzatissimo studioso e traduttore italiano del corpus schmittiano – di aver svolto un autentico lavoro di cesello. Di più: il testo curato da Caracciolo, oltre alla revisione della traduzione laterziana (rivista con l’aiuto di Carmelo Geraci), introduce alcune parti omesse nell’edizione del 1975. Infatti, la nuova edizione è condotta sulla quarta tedesca, quella del 1978, e si avvale in appendice di due testi molto interessanti: lo scritto schmittiano sulla dittatura del Presidente del Reich, prevista nella costituzione weimariana, aggiunto da Schmitt alla seconda edizione tedesca, 1927, (pp. 248-301); la voce “Dittatura”, scritta dal pensatore tedesco nel 1926, per lo Staatslexikon (pp. 303-310). Si segnala, infine, che La dittatura, apre la collana “Idola et Arcana”, diretta dalla stesso Caracciolo. Dove vedranno luce altri interessanti lavori di e su Schmitt, nonché dei principali esponenti del grande realismo politico europeo novecentesco. Perciò auguri di buon lavoro al professor Caracciolo, il quale è docente di Filosofia del Diritto nell’Università di Roma La Sapienza.

In secondo luogo, si tratta di un libro importante per il lettore curioso di questioni politiche. Infatti il testo offre un prezioso e chiaro excursus sul concetto di dittatura, dagli antichi Romani a Lenin. Il nodo concettuale del libro ruota intorno alla differenza tra “dittatura commissaria” e “dittatura sovrana”. La prima non punta alla creazione di un nuovo ordine, ma risponde alla logica giustificativa della transitorietà volta al ristabilimento dell’ordine preesistente (messo in discussione da un guerra, una sommossa, eccetera): non innova. Si pensi alla figura del dictator repubblicano presso i Romani. Invece la seconda forma di dittatura, che si consolida verso il finire del XVIII secolo, sullo sfondo dei primi bagliori rivoluzionari francesi e poi nelle assemblee nazionali otto-novecentesche, designa nel “dittatore” non solo un “commissario”, ma un “commissario” diretto del popolo. Le masse – trasfigurate in arsenale democratico – sono perciò viste come indirettamente facitrici di un nuovo “potere costituente”: la dittatura, come espressione di una volontà comunitaria di ritornare all’ordine antico, si trasforma così nella volontà sovrana di creare un nuovo ordine post-rivoluzionario, esercitata da pochi eletti in nome dei tanti chiamati. E qui sono di particolare interesse le pagine schmittiane dedicate al concetto di “dittatura del proletariato”, dove sembrano mescolarsi antico e moderno… Scrive Schmitt: “ Ora, questo Stato proletario vuole essere non qualcosa di definitivo, ma una fase transitoria. Recupera così tutta la sua importanza un aspetto essenziale che nella pubblicistica borghese era rimasto nell’ombra: la dittatura è un mezzo per conseguire un determinato obiettivo; dal momento che il suo contenuto è determinato unicamente dall’interesse per il risultato da conseguire, non la si può definire in generale come una soppressione della democrazia. D’altro canto anche dalle argomentazioni di parte comunista si comprende che la dittatura, essendo per essenza una fase transitoria, deve subentrare come eccezione e per la forza degli eventi. Anche questo rientra nel suo concetto: tutto sta a sapere rispetto a che cosa si fa eccezione” (p. 8).

Ecco, l’ “eccezione” quali rinunce implica…. La questione non è secondaria, perché, in fin dei conti, la vera domanda che attraversa La dittatura, riguarda le origini, la natura e gli sviluppi (anche futuri) della democrazia dei moderni e di altre forme “liberatorie” di regime politico: la democrazia (liberale, proletaria, eccetera) può essere introdotta dall’alto (si pensi a quel che ora sta accadendo in Iraq…), anche imponendo la dittatura?

Nel libro di Schmitt non è possibile trovare una risposta definitiva alla domanda. Ma è invece possibile – dopo che lo si è letto attentamente – riuscire almeno a formularla correttamente.

Il che non poco.

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