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Le rose di Evita

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Romanzo pubblicato da Einaudi nel 1990, Le rose di Evita è una storia vera, mascherata magistralmente da favola da un Orengo in grande forma. Narra le vicende del quindicenne Marco che ha un padre che lavora con dedizione e fatica la terra ostile dell’entroterra ligure, impegnato a “girare la collina” per tracciarvi le fasce dove piantare le nuove rose Dallas o le antiche e preziose MacArthur, dette Marcantù. E ha una madre giovane, piena di vita e ancora desiderosa di nuove emozioni, che lascia la casa e se ne va sulla collina di fronte, nella cosiddetta “Casa Rossa” lontana dalle strida del trattore sulle pietre e dai silenzi ostinati del marito, e riceve visite e poi accoglie nella sua nuova casa un uomo giovane e allegro come lei “dalla risata aperta e franca”, Mohammed con la pelle scura, di nazionalità marocchina e clandestino. Marco cerca con fatica di comprendere questa lacerazione familiare incomprensibile e arida e vorrebbe, quindi, una guida in questa sua difficile e accorta esplorazione del mondo degli adulti; vorrebbe che anche per lui, come nel western che più ama, per il suo coetaneo Bob, vi fosse “un cavaliere della valle solitaria”, alto sul suo cavallo, a rassicurarlo e a insegnargli la solitudine: “Un uomo è quello che è e non se ne può correggere lo stampo”. Ma la vita a quindici anni propone enigmi diversi e diverse fascinazioni: più reale e in qualche modo più concreta delle ombre fuggevoli che si agitano sullo schermo del televisore e su quello della fantasia è per Marco la donna bellissima, bella come potrebbe esserlo sua madre, se anche lei avesse quel lungo e favoloso vestito e quei capelli acconciati come una corona d’oro, che sorride, nella cucina di casa, da una vecchia fotografia, illuminata dalla sua pelle color latte e da un gran cesto di rose dal gambo lungo e dalla testa rossa e carnosa. E’ Evita, l’”Encantadora”: Evita Peròn; e quelle rose, Marco lo sa, sono le rose del nonno. E’ un’altra trama inquietante, un altro filo da dipanare per uscire dall’adolescenza e la più concreta, paradossalmente, è appunto quella donna bellissima dalla pelle color latte nella fotografia sulla credenza. Dal viaggio di questa a Bordighera nel lontano 1947 ne nasce un filo invisibile che esalta la passione di un nonno che ha saputo viaggiare in altri spazi e affrontare altre vie, del mondo e del cuore, per trapiantare le proprie rose nel giardino della Casa Rosada, a conforto di una donna magica ed evanescente di sofferenza. Proprio le rose rappresentano memoria d’amore, carne viva, sintomo di libertà e paure, ma anche di un duro presente di fatica.

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