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L’ultimo repubblichino

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Con la foga e la rabbia che da allora non si sono più spente Carlo Mazzantini torna ai giorni della sua resa, ne evoca il clima drammatico e violento e ricorda i nobili motivi di una scelta sbagliata opponendoli al calcolo e all’opportunismo di chi invece prese la strada giusta. Ai giudizi sommari non ci sta e rivendica in questa occasione inevitabilmente celebrativa le sue buone ragioni, l’autenticità del sentimento patriottico, la generosità di una passione civile, il coraggio di una granitica fedeltà. Mazzantini pretende che la logica dei vincitori, tanti anni dopo, ceda il passo a una più serena e ragionevole valutazione dei comportamenti individuali che tenga conto del consenso popolare che accompagnò il fascismo lungo la sua storia. “Io c’ero, e non mi sono scordato nulla. Nemmeno una parola un gesto, una smorfia”, racconta non senza orgoglio, ricordando quegli anni lontani, quando neppure ventenne decise di difendere l’onore della patria, e insiste: “Non è andata a quel modo”, come racconta la storiografia ufficiale. Durante il fascismo il consenso fu largo, larghissimo, se non “generale”; a guerra conclusa, dividere i protagonisti tra “uomini e no” è un’imperdonabile ipocrisia che scarica sui “ragazzi di Salò” responsabilità che non appartengono loro. La patria, in quegli anni è morta davvero come ogni patria d’Europa, ma dividere gli uomini tra eletti e reprobi serve solo a rinnovare l’odio, a impedire che il passato finisca e che il peso della colpa gravi tutto su quei “figli di stronza” che combatterono fieri dalla parte sbagliata. Il 25 aprile può diventare la festa di tutti solo se, ora che “tutti sanno tutto”, cesserà di essere soltanto la festa dei vincitori.

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