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Matrimoni indoeuropei

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«Nel mondo divino come in quello degli uomini, nel cosmo come sulla terra, il successo e la stessa vita ordinaria hanno origine dal gioco armonioso, statico o dinamico, di tre modi o mezzi di azione che corrispondono rispettivamente ai bisogni magico-religiosi, militari, economici di una qualsiasi società». In queste parole Dumézil ha accennato al presupposto della sua ricerca sui fondamenti della civiltà indoeuropea, ricerca che in circa mezzo secolo ha mutato e arricchito in misura stupefacente il paesaggio mentale entro cui osserviamo il nostro passato. Nel magistrale studio (1979) che qui si presenta, per esempio, Dumézil è riuscito a illuminare un’istituzione su cui la società intera fa perno: il matrimonio. Molte sono le sue varietà, spesso oscure o astruse, quali ci appaiono nelle antiche classificazioni indiane o nelle formule del diritto romano: c’è il matrimonio sacerdotale, dove il padre fa dono della figlia al genero e in trasparenza si intravede il nesso fra nozze e sacrificio; c’è il matrimonio dove la sposa è «padrona assoluta di se stessa»; c’è il matrimonio per ratto; c’è il matrimonio per acquisto della sposa. Dumézil distingue e articola queste forme l’una con l’altra, come altrettanti spicchi di uno sfrangiato ventaglio, in una continua analisi comparativa fra l’India e Roma antica, con excursus nelle imprese mitologiche di Eracle e di Sigfrido. Ciò che ne risulta non è solo una preziosa immagine ‘stereoscopica’ del matrimonio indoeuropeo, ma l’individuazione del sottile gioco di gesti, riti, situazioni, condizioni entro cui si manifestano due potenze: l’imposizione e la libera scelta.

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