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Venne la magna madre

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“Venne la Magna Madre”, dice il Vate D’Annunzio nella poesia “A Roma” che fa da sigillo a questo volume. Venne, la “Magna Mater” Cibele, con la puntualità fatale che soltanto un verbo coniugato al passato remoto può tentare di rendere: fulminea, inesorabile, trionfante come può essere una Dea che fa ritorno nella sua sede primigenia, un Nume che torna a casa. La casa della Dea è il Palatino, l’archetipo dl cosmo romano-italico in cui il Circea, Corito e Roma compongono una triade occulta che i neoplatonici indicavano così: “Monè-Pròodos-Epistrophè”, ovvero l’Unità universale nella sua permanenza immanifestata (Circeo), il dispiegamento raggiante dell’Uno nel manifestato (Corito), il ritorno dell’Unità presso se stessa in uno stadio che comprende anche i precedenti. Roma dunque è principio, irradiazione e compimento di un destino superiore simboleggiato dalla figura dell’ “Aion” e della Fenice che mai perisce. Un destino di fuoco marziale e di efflorescenza verdeggiante al di sopra del quale, assisa in trono con i suoi leoni ai fianchi, la Grande Madre governa il periodico rinnovellarsi dell’Urbe nella sua eterna combustione eroica. I Dioscuri che sovente figurano accanto a Lei (come Cabiri o Grandi Dei) sono i Numi in armi che presiedono alle corruscanti vittorie di Roma. Attis è il paredro mediante il quale gli Dei immoti pervengono al limite del nostro mondo sublunare; e al tempo stesso è il “medium” grazie al quale le anime degli iniziati al culto metroaco risalgono oltre il cielo terrestre. Come ogni paredro, Attis presenta tratti di infedeltà mitistorica sanciti dalla narrazione degli ierofanti per significare la doppia possibilità aperta ad ogni uomo integrale; smarrirsi nel circolo della generazione o indiarsi mediante il rito. “Tertium non datur”.

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