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Venti su un autocarro

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Credo si possa dire che il titolo di questo bel libro di memorie squadriste in forma di romanzo rappresenti, in due parole, la sintesi di gran parte di ciò che fu lo squadrismo.

Innanzitutto il riferimento al numero (“venti”) che rispecchia la realtà delle squadre e l’orgoglio di essere “minoranza rumorosa” (così si definirono gli squadristi veneziani), contro una maggioranza vile ed un nemico numericamente più consistente, ma vile anch’esso. Orgoglio destinato a durare nel tempo, tra i “veri” squadristi di allora, come il Capitano degli Arditi, decorato, Piero Bolzon

«Perché noi imparammo questo: “che fascisti si nasce e non si diventa”. Così, queste pagine sono nate fasciste, e sono squadriste per eccellenza, e non si confondono con altre terminologie, anche se c’è molta gente che, per il solo fatto di aver appartenuto ad una squadra ginnastica, si arroga il diritto di definirsi “squadrista”».

Vi è poi, nel titolo, quel “camion”, che altri non è che il 18 BL, essenziale per l’azione (anche se non mancano esempi di spedizioni organizzate in treno o, addirittura, in bicicletta) e la cui presenza in squadra è benvenuta da tutti, come, con la solita ironia tutta toscana, testimonia Piazzesi:

«Ora ci siamo motorizzati, e presso varie ditte sono stati prelevati una dozzina di camion che vengono messi a disposizione delle squadre.

“E si potrà anche morire, ma senza che dolgano i piedi” dice il Mago, e la misura del prelievo riscuote la massima approvazione».

Il premio Biella, del quale Venti su un autocarro fu vincitore, alla fine del ‘39, era una delle tante manifestazioni volute dal Regime per portare —come diremmo oggi — la cultura sul territorio. Manifestazione, però, non delle minori, tanto che la giuria fu presieduta anche da Marinetti, e nell’anno della vittoria di Strumia era guidata da Ezio Maria Gray.

La prima parte ha un andamento che ricorda — molto — il Diario di uno squadrista toscano del diciassettenne (un’altra prova del fatto che lo squadrismo fu un fenomeno di “giovanilismo volontaristico”) Mario Piazzesi, peraltro sicuramente ignoto all’Autore perché pubblicato per la prima volta 40 anni dopo. Una conferma, se ce ne fosse bisogno, che ambiente umano e “clima” nelle squadre era identico ovunque, così come i nomi delle squadre stesse…e infatti quella del romanzo si chiama proprio “Disperata” come la formazione fiorentina di Piazzesi.

Guido, il protagonista, intreccia a questa delusione umana e politica, quella personale: la sua storia con Graziella, la fanciulla amata fin da ragazzo, naufraga, per l’incomprensione di lei, schiava di consuetudini e convinzioni borghesi. Il dolore, mischiato a quello per il fallimento della Rivoluzione, lo spinge allora a tentare il suicidio.

E questo è un elemento assolutamente originale della narrativa dell’epoca, tesa ad esaltare un tipo d’uomo che non cede, che reagisce al fato e lo vince, in ottemperanza al dettato mussoliniano contenuto nella “Dottrina del fascismo”: «…il fascista accetta, ama la vita, ignora e ritiene vile il suicidio, comprende la vita come dovere, elevazione, conquista. La vita che deve essere alta e piena, vissuta per sé ma soprattutto per gli altri, vicini e lontani, presenti e futuri».

 

 

 

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